Dottor Google ho la cybercondria!

Nei tempi della digitalizzazione è diventata una pericolosa abitudine esporsi alle informazioni delle ricerche online, spesso allarmanti, inaccurate o fuorvianti sulle varie malattie: questo comportamento può accentuare le preoccupazioni già presenti sulla salute e produrne di nuove in un circolo vizioso di ulteriori ricerche legate alle condizioni di salute che prende il nome di “cybercondria” (Starcevic& Berle, 2013).

Se la dipendenza da internet è cosa ormai nota, più complesso risulta descrivere la cybercondria, termine che pur avendo una radice nota, ben si differenzia dalla classica ipocondria. Per intendere meglio: se si è costantemente preoccupati di potersi ammalare e qualsiasi inezia viene scambiata per potenziale sintomo di una malattia letale, si è ipocondriaci; mentre se ogni volta che si ha mal di testa vengono chiesti lumi a Dottor Google e puntualmente ci si convince di avere un tumore al cervello, allora si è affetti da cybercondria.

Ci troviamo dunque di fronte ad un eccessivo e ripetuto comportamento di ricerche online di informazioni mediche che favoriscono un progressivo aumento dello stato ansioso relativo alla propria salute (Starcevic, 2017; Vismara et al., 2020).

Possiamo parlare dunque di un vero e proprio funzionamento psicopatologico che nel complesso riguarda un’infondata escalation di preoccupazioni circa segni e sintomi del corpo derivante dalla ricerca di risultati scientifici, o ritenuti tali, sul web. White & Horvitz (2009) sottolineano inoltre come la ricerca online del significato clinico di sintomi completamente innocui e comuni possa determinare un “upgrade” nella ricerca di sintomi più severi e di condizioni cliniche più rare, collegate al sintomo iniziale.

Tuttavia se è vero che il web è una fonte inesauribile di informazioni, è importante sottolineare come in alcuni casi, i risultati delle ricerche effettuate non sono affidabili come possono sembrare. Le caratteristiche degli algoritmi dei motori di ricerca, infatti, influenzano la qualità delle informazioni a cui si viene esposti, in quanto la gerarchia dei risultati dipende anche dalla frequenza con cui una certa ricerca viene effettuata o da campagne di marketing.

Uno studio della Microsoft Research, che ha preso in considerazione più di 40 milioni di pagine web relative a questioni mediche e messo in relazione i dati con i risultati di una indagine su 515 individui, ha dimostrato l’esistenza di un collegamento tra patologie relativamente rare, come i tumori cerebrali, e sintomi molto comuni, come il mal di testa (White & Horwitz, 2009). Fra l’altro, come riportato da alcuni autori (Vismara et al. 2020; Starcevic, 2017), tali fonti di informazione risultano spesso discrepanti, implementate da volontari, dei quali spesso non ne sono verificate o non risultano verificabili le competenze.

Possiamo dunque concludere che la cybercondria non è solo la versione moderna dell’ipocondria ma ha a che fare molto con il modo di utilizzare l’innovazione tecnologica, soprattutto nel tempo che stiamo vivendo, e con il modo in cui operano i motori di ricerca.

Fonti:

www.wired.it
www.stateofmind.it

 

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