Abbiamo partecipato all’Agorà 2025, organizzata da Animazione Sociale a Torino a fine maggio. Il tema delle due giornate era nel titolo: Adolescenti. Abbiamo portato il nostro contributo con un workshop sul gaming e abbiamo seguito con piacere la prima mattinata di plenaria. Tutti gli interventi, a partire dal reading emozionante e visionario a cura di Davide Fant, Andrea «Musteeno» Gorni, Ferdinando «Dj Pandaj» Miranda, Elisa Carnelli, hanno sottolineato la necessità di parlare, dialogare e interrogarsi sulle e sugli “adolescenti”, persone, e non sull’”adolescenza”, categoria (sociale, mentale, commerciale…).
Il riferimento, esplicitato, era anche ad Adolescence, la serie Netflix uscita a marzo il cui successo ha generato discorsi, anche politici, su quanto poco sanno gli adulti rispetto ai consumi mediali dei ragazzi, sull’impatto negativo dei social, sulla difficoltà – impossibilità? – di essere genitori oggi. Sul grande, pauroso mistero dell’ “adolescenza”.
Adolescence è una serie scritta, girata e recitata in modo eccellente: se ha fatto scoprire a chi l’ha seguita temi di cui prima si parlava poco, come la manosfera (o anche solo come si pronuncia correttamente “adolescence”), ha raggiunto il suo scopo. Concordiamo però con l’impostazione dell’Agorà: quella ritratta da Netflix non è “l’adolescenza”, ma una narrazione di un caso volutamente eccezionale. Una messa in scena potente in cui rifletterci, emozionarci, impaurirci anche. Ma se la leggiamo come ci suggerisce il titolo, ne usciamo annichiliti. Se l’adolescenza – e quindi tutte le persone adolescenti – è quella roba lì, che cosa ci stiamo a fare noi adulti? Qual è il futuro dei nostri servizi?
A proposito di servizi, la settima stagione di Black Mirror, uscita neanche un mese dopo Adolescence, dipinge scenari ugualmente inquietanti. La prima puntata, Gente comune, forse una delle più belle mai realizzate dalla serie, è un ritratto senza sconti dell’impatto del capitalismo digitale sulle nostre vite e, nello specifico, sul sistema sanitario (potete approfondire qui, ma occhio agli spoiler). Ma Black Mirror gioca nel campo della fantascienza e della distopia: postula da subito uno scarto con la realtà che ci invita a chiederci: “e se fosse davvero così?”. Adolescence, invece, ci immerge in una narrazione senza stacchi: l’uso totalizzante del piano sequenza sembra dirci “è davvero così, non vedi?”.
Sono passati quasi due mesi e il dibattito mediale è già stato sostituito da nuove ondate, ma Adolescence resta una serie che merita di essere vista. Ricordandosi solo una cosa: di cambiarne il titolo.
