A fine luglio abbiamo pubblicato la nostra newsletter estiva con i consigli di letture, visioni e approfondimenti (se volete potete rileggerla qui).
Il dottor Alberto Arnaudo, collega, amico e scrittore, già Direttore del SerD di Cuneo, è rimasto incuriosito dal libro di Andrea Colamedici e Maura Gancitano “Ma chi me lo fa fare?”. Lo ha letto e ci ha mandato la sua recensione.
Come già accaduto in passato, la pubblichiamo con vero piacere: in questi giorni di ripresa della quotidianità lavorativa, ci sembra ancora più utile l’invito a ridimensionare e criticizzare lo spazio totalizzante che la nostra società ha attribuito al lavoro.
Grazie, Alberto, e buona lettura a tutti e a tutte!
“Chi me lo fa fare?”
Quante volte ci siamo fatti questa domanda andando al lavoro, magari in un plumbeo lunedì mattina di gennaio piuttosto che sotto il più feroce dei solleoni?
La necessità, di solito ci rispondiamo.
Già, ma chi comanda questa necessità? E soprattutto, come?
Hanno provato a riflettere sull’argomento Andrea Colamedici e Maura Gancitano, filosofi e scrittori sui generis, in un agile e scorrevolissimo saggio che reca nel titolo proprio la fatidica domanda: Ma chi me lo fa fare?
Partendo dai fondamenti storici che sottostanno al concetto del lavoro come valore, e all’evoluzione di tale concetto fino ai giorni nostri, scopriamo insieme agli autori che in realtà siamo diventati tutti prigionieri di un gigantesco Truman show, dove niente è quel che sembra ma nessuno pare più in grado di riconoscerlo.
La schiavizzazione da parte dell’onnivoro capitale della maggior parte degli impieghi di lavoro in un loop di disperante mancanza di senso, nonché di impossibilità concreta di partecipazione attiva, è giunta ormai, con la digitalizzazione selvaggia del mondo esplosa durante e dopo la pandemia da Covid, a colonizzare non solo il tempo/lavoro, ma tutto il nostro tempo, posto che da un lato ha permesso alle connessioni concernenti il lavoro di sfondare i limiti orari ad esso tradizionalmente dedicati, e dall’altro di invadere sempre più i nostri residui spazi liberi con la spinta crescente a forsennate frequentazioni di intrattenimenti online, sia che si tratti di social che di serie tv o di infiniti scrollar di rulli rimbambenti. Cosicché al “lavoro” (almeno dal punto di vista della spesa energetica del nostro cervello) ci siamo praticamente sempre, e mai come ora “chi dorme non piglia pesci“.
In realtà, invece, riposare, annoiarsi, fantasticare a occhi chiusi, dormire quanto basta, oltre che presìdi di salute insostituibili se vogliamo continuare a essere “persone” come tali e non “consumatori” come ci vogliono i dissennatori cibernetici globalizzati, sono gli unici comportamenti che possono rallentare e forse far deragliare la deriva del sistema verso il baratro, salvaguardare quanto resta dell’umanità al di fuori dell’isterico mainstream capitalista che sta distruggendo il mondo.
Riprendere a sognare, progettare, partecipare le relazioni private e pubbliche, significa in definitiva recuperare voglia politica per tentare un estremo sforzo di costruttiva ribellione.
Ma non abbiamo più molto tempo. Forse è già perfino tardi.
Però, almeno per ciascuno di noi, vale la pena di provare!
